L’altro giorno stavo parlando con Stefano Cruccu, uno dei più importanti esperti di marketing in Sardegna che, a un certo punto, mi ha detto:

“Giò, sai sto provando il servizio di creazione automatica dei sottotitoli di YouTube ed è una cosa impressionante. Il modo in cui è migliorato negli ultimi mesi è qualcosa di spettacolare. Prima impiegavo 1 ora a creare i sottotitoli di un video, adesso ci metto 20 minuti.”

Io gli ho risposto:

“Beh sì, in effetti è una cosa che ho notato anch’io perché in questo periodo sto facendo degli articoli ispirati alle puntate di HASHTAG.”

Anche perché, dal momento che non mi preparo nulla (non ho niente di scritto quando faccio un video) dover fare un articolo riguardante una puntata di HASHTAG mi richiede del tempo e, negli ultimi mesi, ho notato anche io un miglioramento tangibile in quel servizio.

Questo perché gli algoritmi, il machine learning su cui sta lavorando Google sta incominciando a dare dei frutti importanti e la cosa può soltanto migliorare.

Un’altra cosa che ho notato è quanto sia migliorato Google Translate. L’altro giorno stavo scambiando dei messaggi con mio fratello su WhatsApp. Ad un certo punto gli ho inviato un paragrafo di un articolo scritto in inglese, salvo poi realizzare che non era in grado di capirlo, di tradurlo. Quindi, senza pensarci troppo, ho fatto un copia-incolla su Google Translate e gliel’ho inviato, senza neanche guardare se la traduzione fosse fatta bene o meno. Ho pensato:

“Dai, vabbè, più o meno lo capirà!”

Dopo una decina di secondi però ho letto la traduzione che gli avevo inviato e devo dire che era perfetta. Roba impensabile anche solo un anno fa! Anzi, se mi avessero dato un euro per ogni volta che ho visto un menù, un cartellone, una pubblicità, un sito web tradotto male da Google Translate starei già preparando le vacanze a Dubai. Google sembra puntare tanto sul business delle traduzioni.

Recentemente, quando hanno presentato i Google Pixel Buds, la gente è rimasta a bocca aperta. Non tanto per l’idea del prodotto in sé, che fondamentalmente è un competitor degli Apple Airpods, e neanche per il design perché, diciamolo, non è proprio il suo punto forte. Ma, sincronizzando questi dispositivi con un Google Pixel o un Google Pixel 2, con Google Translate e l’assistente vocale di Google, si può ottenere una cosa fantastica. Ossia la possibilità di conversare con una persona che parla una lingua completamente diversa dalla nostra e di poter ricevere una traduzione simultanea direttamente nelle nostre orecchie perché stiamo effettivamente indossando un paio di auricolari.

Apparentemente sembra che non ci sia nessun tipo di ritardo, nessun tipo di lag. Certo, non sarà ancora perfetto, però la velocità con la quale queste cose stanno migliorando mi lascia pensare che, nel medio periodo, questo tipo di processo possa diventare di tipo comune, cioè qualcosa che le persone potrebbero adoperare nel quotidiano. E non penso soltanto all’italiano, all’europeo o all’asiatico che probabilmente non parla un inglese perfetto. Penso soprattutto a tutte quelle persone di madrelingua inglese che non hanno mai imparato un’altra lingua perché tanto non ne hanno mai avuto bisogno, dal momento che parlano l’inglese. Un po’ come mi capita di sentire in ufficio quando qualche collega va a fare una vacanza in Spagna o in Francia, dove chiaramente l’inglese non è la lingua principale e loro si trovano spaesati, perché magari vorrebbero comunicare nella lingua del posto però gli mancano proprio le basi.

Ora, considerato che quelle tre/quattro lingue le parlo… male, ma le parlo, stavo facendo un paio di considerazioni.

Punto primo che sicuramente questo tipo di tecnologia faciliterà i processi di comunicazione sia in ambito professionale che in ambito quotidiano, soprattutto quando si arriverà ad avere una traduzione perfetta al 100% senza avere alcun ritardo.

Punto secondo che questo tipo di tecnologia, se portata all’estremo, potrebbe anche avere dei risvolti negativi facendo venire meno l’interesse delle persone nell’apprendere le lingue straniere e, un conto è avere una traduzione fatta, altro è ragionare con la tua testa.

Apprendere delle nuove lingue ti dà comunque un accrescimento culturale, sociale e mentale. È un qualcosa che ti arricchisce, fosse anche solo guardare una puntata di Game of Thrones senza sottotitoli e in lingua originale. Io, da quando vivo a Dublino, ogni volta che torno in Italia non riesco più a vedere nulla di doppiato perché dopo un po’ mi sembra ridicolo. Anche i libri, se li trovo in lingua originale, li leggo in lingua originale. Sicuramente non capirò sempre tutto al 100%, però è un continuo migliorare le proprie capacità.

Un’altra cosa che mi ha stupito è stata una recente affermazione del CEO di Apple, Tim Cook, che ha detto:

“Se fossi un bambino francese di 10 anni penso che per me sarebbe più importante imparare a programmare che imparare l’inglese. Non che l’inglese non sia importante, ma scrivere codice è un linguaggio che ti consente di esprimerti davanti a 7 miliardi di persone.”

Sicuramente è una dichiarazione un po’ provocatoria, un po’ estrema. Anche perché, se vogliamo, l’inglese è spesso parte di molti linguaggi di programmazione, però è il messaggio di fondo che importante, che è potente. Cioè che imparando dei linguaggi di programmazione si possono aggirare molti tipi di problemi tra cui, in maniera più o meno velata, anche quello linguistico.

Poi, personalmente io sono cresciuto con un concetto molto, molto semplice. La calcolatrice la puoi usare, però prima devi sapere la matematica.

 

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Giovanni Maieli

Specialista in Digital Marketing, Vlogger, Imprenditore. Appassionato di Retrogaming. Vivo a Dublino, dove gestisco il Marketing Digitale di una Software (SaaS) Company. Il mio cane, Argo, è la versione portatile di Falkor de La Storia Infinita.

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