Una delle cose che noto quando entro su LinkedIn è che sono tutti manager. Sono tutti super fighi, super professionali, con titoloni incredibili. Titoli ovviamente in inglese anche quando lavorano in italia. Qualcuno magari obietterà, andando a vedere il mio profilo di LinkedIn, che anche il mio titolo è in inglese… però io lavoro a Dublino e quello è il titolo riportato sul mio contratto.

Guardando gli utenti italiani, però, capita spesso di vedere una enorme differenza tra LinkedIn e la realtà. Nei casi più eclatanti si trovano persone senza occupazione, diventare “Imprenditori di se stessi”, oppure liberi professionisti che diventano “Serial Entrepreneurs”. Insomma, sembra che online, e soprattutto su LinkedIn, sia necessario assolutamente darsi un tono, darsi una certa importanza… fare un po’ di gazzosa.

Questo aspetto sociale non riguarda soltanto l’Italia ma lo vedo anche all’estero. È facile trovare responsabili delle risorse umane che diventano “Senior Talent Acquisition Manager”. Oppure addetti alle vendite che diventano “Global Business Development Directors” o peggio “Lead Generation Experts”.

Questo modo di fare, questo trend, non è dovuto soltanto alla nostra necessità di sentirci importanti o di fare i fighi, ma è proprio parte del sistema con cui la società di oggi funziona. Ti insegnano sin da piccolo che devi raggiungere quel titolo, quella posizione sociale. Titolo = Posizione Sociale.

In questi giorni, ad esempio, c’è stato lo scandalo in Italia riguardante il test invalsi delle scuole elementari. Uno dei quesiti diceva:

“Pensando al tuo futuro quanto pensi che siano vere queste frasi?”

Due delle risposte erano:

  • “Raggiungerò il titolo di studio che voglio”
  • “Troverò un buon lavoro”

Un modo sottile per associare “titolo di studio” a “buon lavoro”.

Ma, nella vita reale, non è esattamente così! Ci sono laureati che a volte non trovano lavoro, buono o cattivo che sia.

Viceversa, ci sono persone col diploma o con la licenza media che hanno aperto aziende di tutto rispetto.

Se poi consideriamo che le altre risposte erano:

  • “Riuscirò a comprare le cose che voglio”
  • “Avrò sempre abbastanza soldi per vivere”

diciamo che si salva soltanto l’ultima risposta: “Nella vita riuscirò a fare ciò che desidero”.

Perlomeno non è collegata al titolo, al lavoro, ai soldi. Come se un bambino di 10 anni dovesse per forza pensare a questi tre elementi quando immagina il suo futuro. È chiaro poi che questo sistema si ripercuote sull’adulto del domani, per cui sempre più spesso ci si identifica col proprio titolo, e il titolo non è altro che il primo passo verso lo step successivo all’interno di una scala aziendale e sociale prestabilita, fatta di Junior, di Senior, di Executive, di Director, di Manager ecc…

Spesso poi, quando si raggiunge la posizione desiderata, ci si ferma, ci si siede e ci si limita a fare il proprio bel compitino. Quando questo accade si rischia di cadere nella mediocrità perché, fondamentalmente, si smette di crescere.

Qualcuno dirà: “Sì, vabbè, ma tanto ho raggiunto l’obiettivo che mi ero prefissato. Ho raggiunto la posizione che volevo e mi sta bene così.” Beh, se ti sta bene così, sono contento per te, però questo tipo di atteggiamento non ti fa crescere professionalmente. Per crescita professionale non intendo il titolo che qualcuno in azienda ti ha dato, ma quello che sai fare professionalmente, il tuo talento, le tue skills. Quelle cose in cui sei bravo, che ti appassionano e che hanno un valore di mercato o nel contesto aziendale.

Sono questi gli elementi che ci caratterizzano professionalmente e, talvolta, anche umanamente e sui quali dovremmo focalizzarci in quanto ci diversificano dagli altri. Sarebbe molto più intelligente coltivare queste capacità e pian piano ampliarle con competenze che siano attinenti col mercato, con le sue necessità e con le mansioni che vogliamo andare a ricoprire in futuro.

Questo vale sia per gli adulti che per i bambini. Sarebbe bellissimo aiutare i bambini, gli studenti in generale, ad utilizzare il loro talento per creare qualcosa che abbia un mercato, che sia produttivo all’interno della società, ma, soprattutto, che li renda felici.

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Giovanni Maieli

Specialista in Digital Marketing, Vlogger, Imprenditore. Appassionato di Retrogaming. Vivo a Dublino, dove gestisco il Marketing Digitale di una Software (SaaS) Company. Il mio cane, Argo, è la versione portatile di Falkor de La Storia Infinita.

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